Nato due volte - Capitolo 1

Incontrare il bambino (dalla nascita ai 7 anni)


Torna indietro...solo la luce della consapevolezza guarisce. È una forza guaritrice. Qualsiasi cosa tu riesca a portare alla tua consapevolezza ne verrà guarita, e non farà più male. Un uomo che torna indietro nel tempo si libera dal passato...da quel momento in poi, il passato non funziona più, il passato non ha più presa su di lui, e il passato è finito. il passato non ha posto nel suo essere. E solo quando il passato non ha posto nel tuo essere, sei aperto al presente, mai prima di allora.

(Osho, the Alpha and the Omega, Vol.II)

 

Noi selezioniamo i nostri ricordi

Quante volte, durante il giorno, ci capita di regredire nel passato? Spesso lo facciamo inconsciamente. Per usare una metafora freudiana, la totalità della nostra mente è come un iceberg: la parte conscia ne è solo la cima visibile: sott'acqua, nell' oscurità, una parte molto più grande, chiamata inconscio, contiene tutte le nostre memorie, credenze, comportamenti e valori.

A volte siamo consci che una certa situazione o un dato luogo ci riportano alla nostra infanzia. Se ci ricordiamo di qualcosa che avremmo preferito dimenticare, questo provocherà in noi sensazioni spiacevoli. Ma, anche durante le nostre ore di veglia, ci accade più sovente di regredire inconsciamente, senza accorgercene. Durante la notte, poi, molti dei nostri sogni sono collegati ad impressioni e ricordi della nostra infanzia o ne contengono frammenti.

Secondo il metodo “Time line” della Programmazione Neuro Linguistica, che descrive ampiamente il modo in cui creiamo le mappe della nostra realtà e agiamo, comunichiamo e pensiamo conformemente ad esse, nei momenti in cui regrediamo siamo “in time”(nel tempo).

Nel nostro mondo soggettivo, siamo di nuovo “in” quel luogo, non siamo “attraverso il tempo”, ripercorrendo il nostro passato con un distacco consapevole da esso . Come dice Robert B.Dilts,

La nostra percezione del “tempo” influenza il modo in cui diamo un significato all'esperienza. La maggior parte di noi ha vissuto delle esperienze in cui qualcosa ci sembrava particolarmente importante in quel momento; ma quando poi consideriamo questo avvenimento in uno spettro di tempo più largo, ci chiediamo “cosa mai ci ha coinvolto così tanto in quella situazione?” ... Molti sintomi mentali ed emotivi sono il risultato di una regressione “nel tempo”, in momenti del passato nei confronti dei quali non riusciamo ad assumere una prospettiva da osservatore “attraverso il tempo”. Il risultato è che una persona può reagire inconsciamente nel presente nello stesso modo in cui reagì in un periodo precedente della sua vita. Per esempio, un individuo che soffre di una paura irrazionale di parlare in pubblico, in date circostanze potrà forse ricordarsi di essere stato umiliato o preso in giro da bambino di fronte alla sua classe o ad un gruppo di persone. Anche da adulto, circostanze simili lo riporteranno a queste situazioni della sua infanzia che egli continua ad avvertire emotivamente, ma di cui non ne è conscio mentalmente. (1)

Noi selezioniamo i nostri ricordi. Come dice Milton Erikson, lo facciamo semplicemente perché alcuni ricordi sono troppo dolorosi per essere inglobati nella nostra mente conscia. In questo senso, la mente inconscia funziona come una “protezione”, un modo per rendere la nostra vita emotiva sopportabile. Abbiamo imparato a farlo così presto, che ora il nostro meccanismo di selezione funziona automaticamente. Quando certe memorie riemergono alla superficie, esse vengono immediatamente cancellate. Ma, se non ne eliminiamo le radici, le erbacce che vorremmo togliere diventano sempre più forti. Nello stesso modo, quando neghiamo ai nostri ricordi non voluti, fastidiosi, dolorosi, il posto che loro spetta nel nostro mondo cosciente, essi crescono ancora più tenacemente nel nostro mondo sotterraneo. Come Freud ha osservato, questi contenuti rimossi si faranno sentire attraverso inaspettati sintomi fisici. Oppure, come ha dimostrato la PNL, essi tenderanno a diventare la base inconscia delle credenze e dei valori che dettano il nostro comportamento e le nostre emozioni odierne.

L'emergere di questi contenuti inconsci può spaventarci, e farci temere di perdere il controllo su che cosa scegliere di ricordare o di dimenticare.

Nel selezionare, ricordiamo spesso fatti o esperienze del nostro passato che hanno ricevuto riscontro positivo e approvazione da parte di persone che avevano un posto o una funzione importante nella nostra vita. Da piccoli, volevamo essere amati e riconosciuti da loro. Quello che loro si ricordano di noi, il modo in cui a loro piace ricordarci, dà ancor oggi risalto all'opinione che abbiamo del nostro passato. "Eri così dolce quando eri piccola. Così tranquilla, così carina...". Ci siamo sentiti visti e amati attraverso queste osservazioni, e non abbiamo esitato a prenderle come vere.

Per alcuni di noi, invece, il modo in cui altri ci ricordano ha dei toni più negativi: "Eri troppo selvaggio, troppo rumoroso, troppo quieto...". Ciò nonostante, ci riconosciamo anche attraverso queste definizioni, e le accettiamo come vere: da bambini eravamo proprio così. L'attenzione negativa è pur sempre attenzione e un bambino preferisce questa piuttosto che essere ignorato o abbandonato.

 

La guarigione sta nel riappropriarti di tutto il tuo passato

Desideriamo tutti di riappropriarci del nostro passato. Senza un passato, siamo senza radici. Se esso resta nell'ombra, non possiamo vivere pienamente. Quando ci dissociamo da ciò che ha dato forma alla nostra vita, ci sentiamo soli e senza supporto. Ma se da un lato vogliamo riprenderci il nostro passato, dall'altro questo ci spaventa. Cosa succederà se quello che affiora è troppo doloroso o ci confonde? In fondo, abbiamo rimosso queste sensazioni molto tempo fa, proprio perché non eravamo in grado di gestirle. D'altra parte, se ricordiamo solo frammenti del nostro passato, cosa si nasconde dietro ad essi? Raramente ci rivolgiamo questa domanda. Reagiamo così velocemente a quello che affiora che le domande nel frattempo spariscono. Ci scrolliamo le spalle, e ci diciamo che ciò è inevitabile: quello che è stato è stato. Magari, per mantenerci sotto controllo o per evitare le sensazioni che emergono, accendiamo la televisione, leggiamo o mangiamo qualcosa.

Ma a volte ci sono degli eventi che intaccano il nostro delicato meccanismo di difesa. Un amico, un amante, nostro marito o nostra moglie, il nostro capo, i nostri figli, ci dicono qualcosa o fanno qualcosa, e prima di rendercene conto, reagiamo. E reagiamo in un modo che ci sorprende. Cos'è che mi ha fatto arrabbiare così tanto, o che mi ha reso così triste? E' stata forse una parola, o un'espressione, o è stato il tono della voce, o un certo modo di guardare, di toccare? Qualsiasi cosa sia accaduta, precipitiamo fuori dalla rete di sicurezza e cadiamo in un'emozione che abbiamo accuratamente evitato per così tanto tempo.

Il modo in cui affronteremo questa situazione è legato al modo in cui abbiamo imparato a gestirla nel passato. La stessa rinuncia, la stessa lotta, lo stesso diniego che abbiamo adottato come difesa da bambini, improvvisamente pervade di nuovo la nostra consapevolezza di adulti.

A volte, un momento critico nella nostra vita, una situazione di cambiamento, una morte, una malattia, un divorzio scatenano queste reazioni. La nostra percezione della realtà si apre allora davanti ad uno squarcio, un abisso. Il dolore che sentiamo riecheggia un dolore ancora più profondo, un senso di abbandono più antico. Non possiamo fare a meno di provare queste emozioni nella loro intensità. In realtà, proprio quando ci permettiamo in queste circostanze di sentirle fino in fondo, ritroveremo in noi il balsamo per guarirle.

La guarigione sta nel riappropriarci del nostro passato. E non solo delle sue parti buone. Anche loro sono importanti, e vanno coltivate ed amate, in tutta la loro dolcezza e gloria. Ma anche le cosiddette parti cattive devono essere incorporate, soprattutto quelle che abbiamo rimosso. Quando le accettiamo come parti integranti della nostra esperienza, scopriremo che sono proprio loro che hanno temprato e consolidato le nostre qualità e la forza che oggi possediamo.

 

La scoperta dell'adulto amorevole dentro di noi

Quando usiamo la parola guarigione, è nostro intento aggiungere un'altra dimensione alla prospettiva di distacco della PNL menzionata sopra. Per noi, integrare il passato nella nostra consapevolezza significa anche imparare ad amare e mostrare compassione per il bambino che eravamo. Solo l'adulto dentro di noi può farlo. Il bambino, da parte sua, ha l'esigenza di rivelarci la sua verità e di disobbedire alle vecchie credenze velenose dei suoi genitori e alle regole da loro impartitegli. Ma, per essere in grado di farlo, il bambino ha bisogno di avere fiducia nel tuo amore e nella tua forza come adulto. Ha bisogno di sentirsi davvero importante per te. Solo così potrà liberarsi e guarire.

Per essere in grado di comunicare al bambino quanto lui ti stia veramente a cuore, devi prima imparare ad attingere alle risorse che hai già sperimentato in te come adulto. Riconoscendole, potrai alimentare la tua capacità di proteggere e sostenere il “bambino-tu”.

Il seguente esercizio ti sarà d'aiuto:

Ricorda un momento in cui, da adulto, ti sei sentito a tuo agio, amato e curato. Forse una situazione in cui ti ti stavi occupando di un amico, di un animale o di una pianta.

Rivediti in quella situazione e sentine l'atmosfera di dolcezza.Osservala come se fosse un'immagine a un metro di distanza dai tuoi occhi.

Lascia che tua fronte si rilassi, e attira l'energia di amore e attenzione che quell'immagine contiene nel luogo situato sulla tua fronte, in mezzo agli occhi. Sentila come un'infinita sorgente di amore che fluisce dalla tua fronte e si riversa dolcemente in tutto il corpo.

Lascia che questa energia fluisca da te adulto verso il bambino-tu, e che raggiunga il corpo del bambino in tutti i punti in cui è stato ferito, portandovi amore e attenzione.

Questo stesso esercizio, focalizzato per esempio sulla forza o sulla compassione, può aiutarti a ritrovare in te stesso come adulto queste qualità. Riconoscendole, la tua connessione con il bambino potrà approfondirsi.

Successivamente, dalla tua posizione di osservatore che mantiene il distacco “attraverso il tempo”, potrai ora non osservare solo gli eventi del tuo passato, ma anche come il bambino e l'adulto si rapportano dentro di te in questo momento.

In contrasto con la tradizione psicoanalitica, il “bambino” a cui ci riferiamo non è solo la somma dei ricordi passati con cui continuiamo ad identificarci: esso è una realtà tuttora vivente, che può darci molto nella nostra vita di adulti. Cosí, più si dissolve dentro di noi l'illusione di essere ancora intrappolati nei vecchi dispiaceri, più il bambino guadagnerà sostanza e presenza nella nostra vita in un modo diverso, nuovo e misterioso.

Simultaneamente, l'adulto che crediamo di essere inizierà a perdere la sua rigidità. Quando assimiliamo dentro di noi l'energia del bambino, la forma che abbiamo creato attorno a noi come adulti comincia ad espandersi e ad allentarsi. Le nostre reazioni automatiche si trasformeranno in un senso di amorevole e viva responsabilità (la capacità di rispondere a ciò che ci arriva momento per momento).

Non possiamo prevedere dove ci condurrà questa guarigione. Forse impareremo a vivere una vita più piena, più ricca, oppure a rilassarci più profondamente e ad essere maggiormente disponibili. Qualsiasi sia la sua espressione, la guarigione potrà avere luogo solo quando ricongiungeremo I frammenti della nostra vita. Così ci ritroveremo nuovamente al centro di un'esistenza riunificata.

 

L'osservatore può essere esercitato, il testimone nasce spontaneamente.

Affinché sia chiara la differenza tra la prospettiva dell'osservatore di cui abbiamo parlato in questo capitolo, il “testimone”, la qualità di testimonianza che si manifesta in noi nella meditazione, vogliamo aggiungere parte di un discorso di Osho, nella quale egli risponde ad una domanda riguardante questo tema:

L'osservatore significa il soggettivo e l'osservato significa l'oggettivo. L'osservatore significa quello che si trova all'esterno dell'osservato e anche quello che c'è all'interno.

L'interno e l'esterno non possono essere separati; sono assieme, possono essere solo assieme. Quando si fa l'esperienza di questa unione, o, piuttosto, di questa unicità, nasce il testimone. Non puoi esercitare il testimone. Se eserciti il testimone, eserciterai solo l'osservatore e l'osservatore non è il testimone.

E allora, cosa bisogna fare? Bisogna fondersi, bisogna immergersi; guardando una rosa, dimenticati completamente che c'è un oggetto guardato e un soggetto che guarda. Permetti che la bellezza di quell'attimo, la benedizione di quell'attimo sovrasti entrambi, cosicché la rosa e tu non siete più separati, ma divenite un ritmo unico, una canzone, un'estasi.

Amando, ascoltando della musica, lascia che questo accada sempre più di frequente. Più accade, meglio è, perché questa è un'arte, non un'abilità. Devi impararne il trucco. Quando l'avrai scoperto, lo potrai usare dovunque, in ogni momento. Quando il testimone emerge, non c'è nessuno che testimonia e non c'è nulla da testimoniare. È uno specchio puro, che non rispecchia niente. Anche dire che è uno specchio non è esatto; sarebbe meglio dire che è un rispecchiare. È più un processo dinamico di fusione e immersione; non è un fenomeno statico, ma è una condivisione dell'essere.

Dimentica che il testimone è l'osservatore; non lo è. L'osservatore può essere esercitato, il testimone nasce spontaneamente…(2)

La prospettiva dell'osservatore ti dà inizialmente la giusta distanza per poter notare le dinamiche tra la tua parte adulta e la tua parte bambina, e ti permette di trovarti in uno spazio di non-coinvolgimento. La qualità di testimonianza, che in seguito emergerà da sé, trascende anche questo spazio, e si muove al di là delle separazioni verso uno stato di fusione esistenziale. Pertanto, questo processo può condurti da un senso iniziale di spaccatura e divisione, all'osservazione della tua dualità interiore, fino a raggiungere l'esperienza dell'unione dentro e fuori di noi.

 

Rimani aperto al mistero

Nel viaggio che inizia con questo capitolo, ti prenderemo per mano e cammineremo con te a ritroso nel tempo.

E' nostra intenzione rispettare le esperienze che ti hanno indotto a non voler ricordare il tuo passato, o a non ricordartelo con esattezza. Ma vogliamo anche aiutare quella parte di te che sente il bisogno e l'urgenza di riscoprire il passato e riconnettersi con esso.

Deva S., una donna che seguiremo attraverso otto delle sessioni del nostro processo “Decondizionamento dall'infanzia”, si sentiva insicura nell'iniziare la prima sessione. Ci disse di aver già guardato abbastanza dentro se stessa. Ma ci disse anche di essersi resa conto che rimanevano delle oscurità nel suo passato. Durante la sessione, capì che era solo da poco che poteva immaginare di abbracciare la sua bambina interiore e di provare amore nei suoi confronti. Quando giungemmo alla fine della nostra regressione guidata, Deva S. si meravigliò della velocità con cui il tempo era trascorso, e della quantità di ricordi che erano emersi.

Una delle fonti a cui abbiamo attinto per tracciare il nostro percorso è il lavoro di John Bradshaw, che ci insegna a ricondurre l'adulto nel passato per poter incontrare e difendere e guarire il bambino interiore:

All'inizio, potrà sembrare ridicolo che un bambino possa continuare a vivere nel corpo di un adulto. Ma questo è esattamente quello che intendo. Credo che questo bambino interiore, ignorato e ferito nel passato, sia la maggiore fonte del dolore umano. Fino a quando non ce ne riapproprieremo e non lo difenderemo, questo bambino continuerà ad agire dal nostro inconscio e a influenzare le nostre vite di adulti. (2)

A differenza di Bradshaw, che si muove in avanti nel tempo dalla prima infanzia fino all'età scolastica, noi ci muoveremo a ritroso, asportando uno dopo l'altro gli strati di comportamenti condizionati: muovendoci in questa direzione, miriamo alla riscoperta della nostra natura originaria, che in sé già contiene tutto il nostro potenziale.

Nella regressione guidata che vogliamo offrirti nella “ricetta” di questo capitolo, invitiamo la tua parte adulta ad incontrare il “te stesso piú giovane”. L'etá del bambino che incontrerai puó variare tra i quattro ed i dieci anni. L'incontro avverrà in modo tale che non solo sarai in grado di ricordare ed osservare, ma anche di rivivere e risentire. In alcune fasi del lavoro entrerai nella tua parte adulta, e in altre ritornerai nella pelle del bambino, rivivendo in prima persona ció che sentivi in quella data situazione. Ridiventando il bambino, ti potrai sentire nel suo corpo, vedrai attraverso i suoi occhi, ascolterai i suoni del tuo passato attraverso le sue orecchie, ne sentirai l'odore, e toccherai di nuovo quello che ti circondava allora. Potrai aprire tutti i tuoi sensi a questa esperienza.

In certi momenti riuscirai a sentirti di nuovo totalmente presente in una data situazione, e in altri momenti non ci riuscirai. Accetta quello che ti arriva.

E vale la pena di notare cosa ti mantiene perfettamente attento e cosa invece ti induce ad assentarti. Ciò ti indicherà in quali momenti ed in quali situazioni hai imparato a chiuderti da bambino. Spesso, l'unica possibiltà che avevamo da piccoli per sopportare quello che stava succedendo, era quella di dissociarci o di ritirarci in un mondo di sogni. Quando da adulto sei distratto, disattento o assente, stai forse ripetendo proprio questi stessi meccanismi di difesa che avevi adottato da piccolo. Ma, dato che ora ci siamo noi con te, forse questa volta deciderai di soffermarti e di inoltrarti un po' più in profondità.

Ci saranno molte sorprese: cose dimenticate da tanto tempo, e cose che non hai mai osservato con chiarezza. Forse, il viaggio nel passato potrà addirittura sembrarti familiare, e avrai la sensazione di averlo intrapreso mille altre volte. È impressionante realizzare quanti dettagli del nostro passato siamo riusciti a registrare dentro noi stessi. Scoprirai che una parte di te, al di là delle tue protezioni, è rimasta sempre vigile malgrado le situazioni difficili e traumatiche.

Forse potrai constatare che, pur avendo ricordi dettagliati del tuo passato, e nonostante il fatto che tutto sia precisamente registrato sullo schermo della tua mente, non provi alcuna emozione associata a questi ricordi.

Per esempio, se quando eri piccolo l'aggressione dei tuoi genitori si è rivolta contro di te, o se loro ti hanno minacciato ripetutamente di andarsene o di impazzire, le emozioni che hai provato in questa situazione, quali rabbia o paura, sono state troppo travolgenti per te. In quella situazione hai imparato a reprimerle o negarle. Ora, da adulto, ricordi in dettaglio ciò che accadde in quel momento, ma non riesci a connetterti con le emozioni che avevi provato da bambino.

Quando, dopo la regressione guidata, ci descriverai una situazione del genere, ti chiederemo di inspirare e sentire il corpo. Insieme, focalizzeremo la nostra attenzione sugli effetti che questi avvenimenti del tuo passato hanno avuto su certe parti del tuo corpo, e su che cosa tu stai ancor oggi trattenendo in quei punti. Quando localizzi i punti di tensione nel tuo corpo (per esempio nella pancia, nel petto o nelle spalle) e individui le sensazioni che provi in queste parti, ti sarà più facile sentire quali siano le emozioni che hai imparato a reprimere da bambino.

Oppure, noterai forse che ti senti facilmente sopraffatto dai ricordi che emergono. Invece di rimanere in contatto con le emozioni che essi realmente provocano in te, per esempio rabbia o paura, hai la tendenza a reagire e cercare di tenere tutto sotto controllo. Questo atteggiamento può produrre in te del panico o della paura. Oppure, ancora, quando ti riportiamo all'indietro nel tempo, sentirai che noi abbiamo delle aspettative su come dovresti o non dovresti comportarti, su cosa dovresti mostrare o non mostrare. Allora, sentendoti insicuro sul da farsi, comincerai a produrre delle emozioni proprio quando in realtà avresti semplicemente bisogno di sentire e di rimanere in contatto con te stesso.

In entrambi I casi, è probabile che tu stia sotto l'influenza dei messaggi ricevuti in passato da uno dei tuoi genitori riguardo al sentire. Il fatto che loro a quel tempo esigessero che tu tenessi le tue emozioni sotto controllo, o che ti adeguassi alle loro aspettative, è diventato un fattore costante della tua realtà interiore anche da adulto. Ora funziona dentro di te come una voce interiore che ti controlla o ti critica di continuo.

Quando, dopo la regressione guidata, ci descrivi una situazione del genere, ti aiuteremo a riconoscere la voce del genitore che hai interiorizzato, a disidentificarti da essa, e a riprendere la tua posizione di adulto, rimanendo questa volta consapevole e presente, prestando attenzione alle emozioni reali di te bambino.

Oppure, ti sarà inizialmente difficile connetterti con le reali emozioni del bambino, perché la tua infanzia ti sembra normale e senza particolari eventi traumatici.

Cristina F. proveniva da una famiglia di classe media. Non aveva subito nessun grande trauma di separazione o violenza nella sua infanzia. In effetti, lei aveva la tendenza a criticarsi e colpevolizzarsi per il suo stato ansioso. Nel suo viaggio con noi a ritroso nel tempo, lei riuscí, per la prima volta da adulta, ad incontrare sé stessa bambina. Con grande sorpresa, scoprì un'espressione di diffidenza negli occhi della sua bambina. Quando provò a connettersi con lei, Cristina avvertí che la bambina non era così disponibile e aperta come lei ricordava di essere stata da piccola. La incoraggiammo a formulare alcune domande alla bambina, ma quest'ultima non le diede risposte vere e proprie. Solo quando la Cristina adulta ammise la sua debolezza e insicurezza sul come comportarsi, la bambina si aprì. Cristina si rese conto che proprio questo le era mancato nella relazione con I genitori. Essi non le avevano mai mostrato i loro dubbi o la loro vulnerabilità. In questo modo, le avevano insegnato a frenare continuamente le sue emozioni. La bambina piccola poteva ora sentire per la prima volta un' adulta, Cristina, che si dichiarava apertamente insicura. Cristina riuscì ad individuare così l'origine della sua paura ossessiva di commettere errori, e il processo di guarigione ebbe inizio.

In questo viaggio nel tuo passato, è bene avere una guida che abbia già esplorato il territorio della sua infanzia e ne sia ritornata. Una guida che voglia condividere con te la sua esperienza di viaggio, e sia disposta a ricondurti passo dopo passo alla destinazione finale.

Rimani aperto al mistero. Dentro di noi c'è più di quanto sappiamo. Sì, ora tu sei un adulto e ti muovi attraverso la vita con un corpo di adulto. Ma, al tuo interno, il bambino è ancora molto vivo.

Lasciati guidare a ritroso nel tempo. Riesplora l'ambiente nel quale sei cresciuto. Incontra di nuovo le persone del tuo passato, i tuoi amici, insegnanti, genitori, famiglia. Incontra nuovamente te stesso. Puoi ancora raggiungere attraverso il tempo e lo spazio il bambino che sei stato. Ritorna ad essere quel bambino. Guarda attraverso I suoi occhi il mondo che ti circonda, il mondo della tua infanzia. E poi, rientra in quel mondo come l'adulto che sei oggi.

E' un viaggio in cui l'adulto incontra il bambino che è in te. Ma è anche un viaggio in cui il bambino incontra l'adulto. Entrambe le parti scopriranno nuove verità, e proveranno emozioni profonde.

Indipendentemente dal fatto che questo incontro abbia un esito “positivo” o “negativo”, ciò che conta è che queste parti di te possano finalmente incontrarsi. Questo è l'inizio del lavoro che ti offriamo.

Il viaggio alla riscoperta della tua individualità inizia con questo incontro tra l'adulto e il bambino. Quando queste due parti si ricongiungono, quando I loro occhi si incontrano, quando si ascoltano a vicenda e riscoprono quanto sia mancato loro questo contatto, ecco la situazione ideale per intraprendere il viaggio al Childhood Deconditioning, Decondizionare l'Infanzia.

Kabir dice: Amico, svegliati. Perché continui a dormire?

La notte è finita. Vuoi perderti il giorno

nello stesso modo? (3 )

 

L'evocazione

La mia esperienza personale nell'incontrare la mia bambina interiore

Svarup

Mentre mi rilasso all'interno di me stessa, visualizzo una strada a curve che mi riporterá indietro nel tempo. So che alla fine di questa via incontrerò la mia piccola bambina-me, Manù. Mi sta aspettando. Ora che lascio il presente dietro di me, sento l'eccitazione nell'avvicinarmi alla piccola bimba-me. Mi muovo attraverso i miei trent'anni, vent'anni, la mia adolescenza. E continuo a camminare nel passato.

La casa di Manù

Continuo a camminare a ritroso: una via silenziosa nelle vicinanze di Padova. Da ogni lato ci sono graziose case monofamiliari della classe operaia, costruite con il sudore del lavoro onesto. Ogni casa ha un minuscolo giardino con dalie, azalee, margherite di diversi colori, orti con zucchine lucenti con i loro fiori gialli carnosi. Sento il rombo di una rara Vespa, le grida dei bambini che giocano in un campo spoglio lì vicino. Il veloce sfrecciare delle biciclette. Il suono di una radio da una finestra aperta: “Volare...”. E' un vicinato modesto, decente e ordinato. E' abitato da contadini che sono diventati operai di fabbrica e bottegai. Sono tutti orgogliosi dei loro fiori di plastica sul tavolo da pranzo, delle loro bambole enormi che indossano larghi vestiti di raso e pizzo rosa o azzurri e che giacciono languide sui loro letti, i loro quadri con il Cristo dal petto lacerato ed il cuore sanguinante, che ispira pietà e sensi di colpa. In quelle case, dove tutto ha il proprio posto per sempre, c'è un odore rancido e viziato per la mancanza d'aria fresca.

Giro l'angolo. Entro in una viuzza nuova. L'asfalto è ancora spesso e scuro. Talvolta, una Fiat si avventura da queste parti, così lontane dal centro città. Da ogni lato della strada ci sono gruppi di nuove abitazioni, alte due o tre piani, pulite, piccoli cubi colorati dai colori tenui, tutte con gli stessi balconi, le stesse ringhiere, con alcuni gerani che cercano tenacemente di rompere questa geometria inflessibile. Nell'angolo c'è un fruttivendolo: un mondo magico pieno di odori, colori. Dentro al negozio, la radio va a tutto volume: un presentatore commenta il giro di Francia. Mi ricordo il gusto in bocca di una carruba secca, che può tenerti occupata a masticare per ore. Vicino al fruttivendolo, c'è una drogheria. Sento di nuovo il gusto lussurioso del surrogato di cioccolato che si liquefà sulla carta oleata, in attesa di essere spalmato su un pezzo di pane bianco croccante.

Continuo a muovermi. Raggiungo uno di quei blocchi di appartamenti grigio chiaro. E' leggermente sciupato dallo smog invernale e dalla pioggia e compresso dall'ombra di altre costruzioni che si ergono tutt'intorno come funghi. E' la prima casa della mia infanzia che riesco a ricordare. La casa di Manù a quattro anni, un anno prima della nascita di sua sorella.

Mi fermo davanti alla porta dell'entrata principale, un aggeggio moderno a basso costo (forse di vetro o di ferro? forse legno?). Ricordo il dispiacere di Manù quando doveva lasciarsi dietro quel mondo comodo, ordinario, odoroso, ma anche il suo sollievo nel rientrare nella sfera chiusa e protetta dell'appartamento della sua famiglia. A casa poteva volare con la fantasia fino ai confini della terra. Salgo le scale, passo il primo piano. Posso sentire la signora Pellegrini, una donna senza età vestita chiassosamente, che fa funzionare il suo nuovo acquisto, un piccolo jukebox. Passo la porta dei bambini Malatesta, coi quali Manù giocava al funerale dentro un vecchio baule che odorava di naftalina. Raggiungo l'entrata della casa di Manù.

Apro la porta lentamente. Sento l'odore della biancheria fresca, dei nuovi prodotti chimici per pulire a fondo, dell'aria, dell'ambiente immacolato. Qui aleggia il ricordo dell'ossessiva igiene coloniale, la memoria di vasti saloni di marmo di paesi ora lontani. Entro nella cucina: c'è un tavolo, una dispensa di colore crema, una serie di padelle e pentole lucidate con orgoglio e ossessione. Vedo la carta dei formaggi e salumi ordinata e ammucchiata, i sacchetti di plastica ben piegati. Mi muovo attraverso il piccolo corridoio, passo davanti alla “camera buia”, nella quale entro raramente. C'è una coperta araba verde e nera sul letto degli ospiti. La camera è occupata una volta all'anno dai parenti che vengono da Tunisi o Parigi, portando halva e datteri farciti come regali.

Entro nel salotto. Vedo la libreria di media grandezza, orgoglio e tempio della famiglia. Contiene libri d'arte, romanzi gialli, fantascienza e romanzi americani. La piccola testa d'argilla fatta da mia madre sorride sfacciata dal tavolo rotondo di legno. Sta là come una promessa di creatività mai mantenuta. Sul tavolino a quattro gambe sono accatastati i cruciverba ed i giochi di pazienza. Nell'angolo sotto alla finestra, la poltrona dà una sensazione di nobile stabilità. Tutto ciò è in questa piccolissima stanza. Probabilmente questo locale non avrebbe mai immaginato di ospitare un giorno un tale splendore.

Mi muovo verso la sala da pranzo, che è raramente usata per questo scopo. Al centro torreggia la scatola magica: l'apparecchio televisivo, la macchina del tempo rivestita in legno. Per Manù, questa è una finestra sul mondo reale, che è altrove, sempre altrove.

Mi sposto nella camera da letto. Vedo il grande letto matrimoniale, con la testiera in legno intarsiato e le lenzuola pulite. La stanza emana un'atmosfera crepuscolare. Sul lato destro, vedo il letto di Manù, una scatola racchiusa nell'eterna penombra, il suo rifugio dalle ombre della notte e della sofferenza.

Su tutto l'appartamento grava un'atmosfera d'attesa, l'attesa di tempi migliori, l'attesa che le ferite guariscano. E si aspetterà fino a quando anche l'attesa sará dimenticata.

La mamma è in cucina. A volte canta le sue canzoni di Edith Piaf, a volte batte i piedi per terra con rinnegata frustrazione. Focalizza la sua attenzione sul pasto. Il suo cibo è sempre leggermente stracotto. Queste pietanze moderate e asettiche non emanano un gran profumo. Lei è ben organizzata. È un po' in sovrappeso a causa dell'abbondanza di pane bianco e di caffellatte, che trangugia di soppiatto per scacciare via la tristezza. È una scultrice che tenta di essere una cuoca, un' agitatrice politica che cerca di riordinare le pentole.

Il papà è in salotto, sta ascoltando al grammofono un allegro pezzo di Benny Goodman, cosí lontanto dalla realtà che lo circonda. Le luci sono basse e lui è accasciato sulla poltrona, di nuovo sconfitto da un altro giorno di banalità, compromessi ed umiliazioni. La sua fronte pulsa, i suoi occhi sono semichiusi, come due fessure amare dietro agli occhiali spessi.

Il sogno di rivoluzione che li portò qui nove anni fa dalla Tunisia è finito. L'Italia appartiene all'America, e Stalin è stato smascherato. Ora sono disorientati e persi, in questa piccola città del nord Italia.

 

Incontrando Manù: quella speranza, così tante volte sentita, così tante volte tradita

Dov'è Manù? Dov'è il suo posto nella casa? La cerco in cucina, nell'angolo dove c'è il suo tavolino con la sedia. E' il luogo dove disegna per ore interminabili, gioca all'ufficio come papà e fà un milione di domande alla mamma che sta cucinando. Manù è là, seduta al suo posto, intenta, sta disegnando bellissime figure di ballerine di varietà, con piume di struzzo, calze a rete, brillanti e lustrini. Disegna sul retro della carta dei formaggi, con una penna dell'ufficio di papà. Indossa una gonna grigia pieghettata, l'ultima novità nel campo del sintetico, un pullover blu scuro, una camicia bianca con il colletto, stracciata e a brandelli sui gomiti nascosti. Le sue mani paffute sono piene di macchie d'inchiostro. I suoi capelli, tagliati corti contro il suo volere, sono arruffati. E' completamente assorta, come se il disegno avesse il magico potere di portarla via dalla cucina, via dalla periferia, direttamente verso le luci della ribalta, i sogni e le scintille.

 

Manù attraverso gli occhi di Svarup

Improvvisamente Manù sente qualcosa di insolito, un movimento differente nella cucina, un'interruzione dell'abituale armeggiare di padelle e del flauto jazz in lontananza. Guarda in sù e vede me, l'adulta.

La sua risposta riflette inizialmente una paura dell'inaspettato, un'ombra di ansia. Poi sorride. I suoi occhi socchiusi, quasi bloccati dalle guance rialzate e la bocca rosea, decisa, aperta in un grazioso e disarmante sorriso. Sento che non ha ancora capito chi sono. Lei sorride semplicemente perché sa che funziona. Gli adulti sono toccati e impressionati dalle sue buone maniere.

Scruto i suoi occhi e la loro espressione, alla ricerca di una risposta più profonda. Le piaccio? È pronta ad incontrarmi? Cos'è quel lampo luminoso che scintilla attraverso le fessure dei suoi occhi? Capisco che è attratta dai miei capelli lunghi, dal mio vestito fluttuante e dagli orecchini brillanti. Lei tenta sempre di convincere sua madre ad usare un po' di trucco, ad essere un pò più sexy, anche se lei non sa veramente cosa significhi la parola sexy. Eppure, intuisco della diffidenza, un'ansia dovuta all'interruzione della sua routine. Tutto ciò è coperto dal suo largo sorriso, un trucco per mantenere la distanza, per guadagnare tempo, per cercare di capire. Comincio a sentirmi irritata dal suo comportamento, non so come avvicinarmi a questa bambina educata ed arrogante, come penetrare nel suo cuore. Mi sento manipolata, vorrei scuoterla per farla uscire dal suo atteggiamento compiacente. Mi sento insicura.

Lei avverte la mia insicurezza e si avvicina. Mi mostra i suoi disegni, con gli occhi spalancati. Sento la sua incertezza, il suo bisogno di approvazione, di lode. Questa è la forma più alta di amore che lei conosce.

 

Svarup attraverso gli occhi di Manù

E' il momento dell'incantesimo: permetto alla mia consapevolezza di fluttuare fuori dal mio corpo di adulta, su sempre più su, per poi discendere nel corpo di Manù. Ora sento ciò che mi circonda attraverso i suoi sensi e osservo attraverso i suoi occhi.

Posso sentire l'amarezza alla bocca del mio stomaco: come una cintura attorno alla parte superiore del mio corpo. La mia mente è aperta, può liberamente vagabondare nei reami piú lontani. La mia voce è modulata. E' un po' nasale, ma libera di cantare e parlare. La parte inferiore del mio corpo è scura. Là, sperimento il desiderio non realizzato di correre, di saltare, di un abbraccio affettuoso, di sporcarmi. Guardo le mie ginocchia graffiate, le bruciature e I tagli sulle mie gambe grassoccie. Sono goffa e poco attenta quando mi muovo nello spazio limitato della casa. Il mio cuore è un'area dal battito irregolare, tremante, un posto proibito. Si ferma improvvisamente di notte, negli incubi pieni di sudore e paure, di presenze diaboliche in agguato nel buio, di mostri sotto al letto. Tutto ciò è bandito ogni mattina dalla compiacente luce del giorno.

Il mio mondo, il mio mondo protetto, è in una tazza di orzo fumante con biscotti secchi, nelle eroiche avventure televisive di un ragazzo con il suo cane nella prateria, nella voce calma e rassicurante di mio padre e nella certezza della presenza chiara e pulita di mia madre.

Mi sento un po' imprigionata in questo piccolo corpo: voglio crescere velocemente, essere rispettata e ammirata. Mi sento umiliata e presa in giro quando i miei genitori mi trattano come una bambina sciocca. Voglio farla finita con gli sbagli che fanno ridere la gente, che poi mi dice quanto sono carina. Voglio che mi vedano!

Guardo questa donna adulta che è lì in piedi, di fronte a me: ha qualcosa che mi è molto familiare. Ha i capelli lunghi e scuri, è alta e maestosa. Ha l'aria potente. Non so cosa aspettarmi da lei. Lei non mi sta trattando come una bambolina carina e, allo stesso tempo, non vuole che mi comporti come una piccola adulta saggia. Non so cosa fare.

Lei mi dice, con una voce calma e bassa, che ha ricercato, che è andata in giro per il mondo, e che ha vissuto in molti modi differenti. Ammette di essersi dimenticata di me, e di avermi poi sognata e di aver finalmente deciso di ritrovarmi. Sembra tutto cosí magico! Questo mi piace e sento che la mia pancia si sta calmando. Sento che mi sta dicendo la verità, chiara e semplice. Sono un po' spaventata e devo stare attenta. Ho sperato così tante volte che questo succedesse e poi mi sono sentita tradita.

Ma la mia spinta verso di lei è forte. Cedo, mi sento trasportata, la fame di essere toccata, di fondermi, erompe. Tocco la sua mano. E' calda, più ruvida della mano di mia madre, e salda.

C'è silenzio, una nuova, rilassante sensazione di silenzio. Metto la mia testa riccioluta contro la sua pancia: una pancia che borbotta, che è viva con le sue cicatrici e le sue sensazioni. Ha un buon odore, di vento, di luoghi lontani, di tabacco, di cibo, dei balsami e dei succhi della vita.

Posso davvero rilassarmi ? Il mio respiro è un po' accelerato, sopraffatto. In silenzio, mi prende in braccio. Sento la mia pancia, le mie gambe, una sensazione di profondo riposo, senza dovermi più sforzare per proteggermi, per dimostrare, per fingere. Sento di essere proprio come quegli angeli, gli angeli luminosi, gli angeli vestiti di bianco delle mie fantasie segrete: leggera, buona e benedetta. Piango e singhiozzo delicatamente. Onde di vergogna mi attraversano il corpo. Mi sto mostrando come mi sento veramente: piccola, un po' persa. Ho tanto bisogno di essere toccata. E lei mi tocca in modo semplice e terreno. E desidero cosí tanto poter piangere, piangere ed essere debole, come un bébé, come un gattino, come un bambino, come una femminuccia.

 

Ritornando nel mio corpo di adulta.

Permetto alla mia consapevolezza di risalire nuovamente, di fluttuare fuori dal corpo di Manù e di ritornare al mio corpo di adulta. Ho ancora in braccio questa bambinetta. E' raccolta nelle mie braccia come in un nido. Il suo corpo è vivo, si muove con piccoli sussulti e singhiozzi che piano piano si fondono con il suo respiro. Sono come il suono gentile di una canzone molto dolce. Il tempo si ferma, e mi sento quieta, semplicemente presente, mentre la stringo a me. Il mio cuore è riempito dalla sua innocenza.

Mi guarda. I suoi occhi sono come stelle, stelle scure con un gran punto di domanda: “E' veramente possibile? E' vero?". Le sue domande cominciano ad erompere, a ruzzolare una dopo l'altra. Vuole sapere tutto dei luoghi dove sono stata, delle storie che ho avuto, delle persone che ho incontrato. Mi spaventa capire quanto aperta sia questa bimba, quanto facile sarebbe rispondere alle sue domande con le mie fantasie, intessendo attorno a lei un mondo pieno di bugie dorate e di promesse future che la terrebbero lontana dal sentire il presente. Lei vuole credere tutto quanto le dico. La sua curiosità non ha limiti. D'altro canto, so che lei ha imparato molto presto come compiacere gli adulti con le sue domande. Sa che questo li fa sentire potenti, intelligenti e saggi. Devo stare attenta.

Ma sento quanto per lei sia importante parlare, limitata com'è nei suoi movimenti nella sua casa di periferia di nobili immigrati. “Vuoi che ti mostri questi luoghi? Vuoi viaggiare con me? Vuoi vederli da te?”. Sento la sua indecisione: è attratta dall' avventura, muore dalla voglia di grandi spazi, di orizzonti diversi e di un'atmosfera che sia più adatta al sangue scuro che le scorre nelle vene.

Però, so anche che teme di perdere il conforto delle lenzuola pulite e piegate di sua madre e delle favole di suo padre. La sua fiducia nella vita, distrutta così precocemente e rimpiazzata con la sicurezza di rituali rigidamente regolati dall'orologio, necessita di tempo per crescere e aggiustarsi. E questo va bene anche a me. Non sono ancora abituata a portarmi sempre dietro questa bambina. Pochissimi dei miei amici la conoscono. Nella mia vita di adulta l'ho quasi sempre lasciata a letto, con la speranza che dormisse, proprio come faceva con lei sua madre. Avrò bisogno di parecchio tempo, prima di abituarmi a lei, per permetterle di esserci, di mostrare la sua insicurezza ed i suoi bisogni di fronte agli altri. Dovrò imparare a lasciarla parlare di quello che vede e sente. E sarà una grossa sfida per le mie idee fisse e i miei comportamenti abituali.

Eppure, entrambe non dimenticheremo i momenti di silenzio e di pace, quando le nostre pance si sono incontrate e gli angeli hanno cantato. Non possiamo più voltarci le spalle. Ci guardiamo: nel profondo, abbiamo capito. Lei abbandona la mia mano e ritorna al suo disegno. Brilla con il calore che il nostro incontro le ha lasciato dentro.

Lascio silenziosamente la cucina e attraverso l'atrio oscuro. Proprio in quel momento, suo padre scivola in cucina, fischiettando un ritornello di speranza per un domani migliore. Apro la porta e la richiudo piano dietro di me, passo attraverso gli effluvi di cavoli bolliti e salsa di pomodoro che arrivano dagli appartamenti dei vicini. Cammino verso la strada. La nebbia della sera sta scendendo,spargendo malinconia e tristezza sulle finestre illuminate e sui lampioni dalla luce gialla.

Scendo lungo la via che mi condurrà più avanti nel tempo. Passo davanti alla prima scuola e noto la costruzione è situata vicino ad una nuova strada, all'angolo un campo abbandonato. Continuo, attraverso tutte le scuole della mia infanzia, una dopo l'altra.

Raggiungo il luogo della mia adolescenza, sentendo gli echi della mia musica preferita a quel tempo, gli Stones ed i Beatles, ribellione e romanticismo.

Continuo a camminare, verso la mia età adulta, tra i dolori e le scoperte delle iniziazioni alla vita. Raggiungo il momento presente, qui, ora. Mi sento grata per questa vita, così ricca e vasta. Nel mio cuore, sento il cuore di Manù che batte. Sento il mio corpo che si stira. Sento dentro di me il tesoro di questa presenza viva, riccioluta, paffuta, scura,dagli occhi stellati, la mia bambina piccola.