Identità e Identificazione del terapista – Svarup – ReNudo 2018

    Quando sono approdata a OSHO, ero già una giovane terapista.

     

    Mi ero formata a Londra negli anni settanta con R.D.Laing, uno dei guru più famosi del movimento di antipsichiatria. I’idea dietro a questo movimento era, con parole di Laing, che se un gruppo di aerei vola in formazione questo non significa che essi siano “normali”. Forse proprio l’aereo, l’individuo, che vola da solo fuori rotta è quello normale.

     

    I mei anni con Laing sono stati incredibili, avventurosi e sicuramente fuori rotta. Io, giovane ribelle inesperta ed entusiasta, gestivo una comunità per persone che erano incorse o rischiavano di incorrere, nell’ospedalizzazione e conseguente trattamento per disturbi mentali.

    Nella comunità non c’erano psicofarmaci, solo un gruppo di persone alla ricerca della loro integrità psicofisica. Ogni tanto qualcuno attraversava un episodio psicotico, e un gruppo di amici esterni veniva a sostenerlo insieme a me con l’occasionale presenza di Laing. Devo dire che attraverso la dedizione di queste persone, studenti, antropologi, psicologi e ricercatori, e il genio folle di Laing, la persona tornava in sé, magari dopo una o due settimane senza sonno per tutti.

     

    In questo ambito, ho imparato il servizio, la cura per gli altri, l’andare fino in fondo con qualcuno.

    Ma raramente avevo il tempo o l’inclinazione a guardarmi dentro: la ricerca dello straordinario era per me anche una diversione dalle mie tematiche irrisolte. Era un modo, mi resi conto più tardi, per lasciare che fossero gli altri, i “pazienti” a vivere ed agire il mio caos interiore. In quel periodo, ero fermamente identificata col mio ruolo di terapista “sana” amica dei “matti” contro l’establishment…

     

    A un certo punto, il mio corpo ha ceduto. Troppe nottate, troppa follia, e soprattutto tanto diniego del dolore che sentivo dentro e che assorbivo dagli altri. Sono tornata in Italia.

     

    Alla fine di un anno di grande disorientamento, confusione e ricerca, ho trovato OSHO, a quel tempo Bhagwan Shree Rajneesh. Per la prima volta dopo diversi anni, ho fatto qualcosa di veramente sano per me stessa. Ho cominciato a fare le sue meditazioni attive, che includevano catarsi e silenzio, follia e saggezza in ugual misura.

     

    Dopo un po’, mi sono ritrovata a Poona, nel suo Ashram, portandomi dietro la mia fama e la mia identità di terapista Laingiana.

    Ovviamente, mi aspettavo di continuare ad essere una terapista, e di semplicemente trasferire le mia capacità e qualifiche al lavoro individuale e di gruppo che accadeva attorno al Maestro.

     

    Con mia grande sorpresa, quasi subito mi è stato detto di smettere di fare la terapista, e mi è stato assegnato un altro lavoro, quello di occuparmi insieme a un paio di altre ragazze della vendita dei biglietti per i discorsi di OSHO, che allora accadevano ancora in un luogo che non poteva contenere le migliaia di persone che continuavano ad arrivare.

    Era un lavoro di calcolo, un contatto con le persone che venivano a fare la fila per i limitati biglietti che mi sembrava estremamente superficiale e fuggevole. Mi sentivo invisibile, e non riuscivo proprio a capire perché queste mia qualità di terapista, guadagnata a costo di sofferenza e notti insonni, non potesse essere utilizzata in questo nuovo contesto.

     

    Scrissi una lettera a OSHO, chiedendogli come mai questa scelta di escludermi dal lavoro con gli altri. La sua risposta giunse il giorno stesso: “Non importa quello che fai, ma come lo fai…goditi la vita…”

     

    Inizialmente, non capii. Mi sentii di nuovo incompresa, sminuita. Passai un periodo di grande rabbia, dolore e confusione. Ma continuai a vendere i biglietti.

    Poi però, piano piano, il suo messaggio si fece strada. Seduta all’ombra di un grande albero all’aperto, circondata dalla natura tropicale e dai suoni di pavoni, rickshaws, e musica, cominciai a connettermi in modo nuovo con le persone che venivano a comprare i biglietti. Senza la “protezione” del mio vecchio ruolo, potevo parlare con chiunque liberamente, ridere e scherzare come non avevo fatto da tanto, e soprattutto senza dovermi accollare il loro dolore e sentirmi migliore di loro per questo. Dopo tutti quegli anni straordinari, finalmente scoprii l’ordinarietà, il semplice contatto umano.

     

    Nel frattempo, OSHO aveva creato una processo di terapia “meditativa”, la Mystic Rose. Si chiamava “terapia” in quanto aveva degli effetti di grande guarigione sull’emotività, e “meditativa”in quanto creava uno spazio di silenzio e consapevolezza. La Mystic Rose consisteva di una settimana di ridere senza motivo per tre ore al giorno, una settimana di pianto senza motivo per tre ore al giorno, e alla fine una settimana di silenzio e osservazione per tre ore al giorno. I terapisti che la conducevano dovevano semplicemente introdurre il processo e poi ridere, piangere e meditare proprio come i partecipanti.

    Quando mi venne chiesto di imparare a condurre questo processo, ero pronta. E ogni Mystic Rose che condussi in quel periodo fu per me di profonda guarigione esattamente quanto lo fu per i partecipanti. L’ultima che condussi fu proprio quando il Maestro lasciò il corpo, e la grande sfida fu ridere e piangere e meditare di fronte alla perdita di OSHO nella sua forma fisica. Un grande regalo, davvero.

     

    Nel giro di poco tempo, mi fu chiesto di condurre gruppi di Primal, un lavoro sul decondizionamento dalle problematiche dell’infanzia, che diventò il mio grande amore, e che ancora conduco in giro per il mondo insieme al mio compagno Premartha.

     

    E in questo nuovo contesto incontrai di nuovo lo spettro dell’identificazione. Parte del lavoro di Primal è la ribellione, la catarsi, l’espressione di ciò che è rimasto bloccato dentro dall’infanzia. Incitare ribellione mi risultava facile, e i partecipanti ne traevano davvero beneficio.

    Inizialmente, mi identificai di nuovo senza rendermi conto nella “salvatrice ribelle”, che si accollava la causa di tutti gli altri bambini del mondo, ma non riusciva a lasciarsi andare alle sue fragilità, sia come figlia che anche come madre. Era difficile per me come terapista toccare e trasmettere compassione, compassione per l’imperfezione umana dei nostri genitori, compassione per noi stessi e gratitudine per la vita che ci è stata comunque donata. Lo sentivo inizialmente come una perdita di potere.

     

    Sono davvero stati i partecipanti ad insegnarmi a rispettare la vulnerabilità in me e negli altri, e a scendere dal mio cavallo di battaglia. Per tutti, chi più e chi meno, la rabbia era solo un passaggio verso un sentire più delicato e empatico. Riconoscere questo sentire in loro passava attraverso il riconoscimento di questo sentire anche in me stessa….nei primi anni di questo lavoro piansi tanto, specialmente quando i partecipanti toccavano la ferita dell’abbandono. E questa volta non piangevo per loro, ma con loro, sentendo non solo di avere subito anch’io questa ferita, ma di averla anche inflitta a mio figlio.

     

    Quello che ho imparato da tutto ciò è che il lavoro di terapia apporta un grande beneficio anche se il terapista si barrica dietro al suo ruolo, ma che la più grande trasformazione è quella che terapista e partecipante condividono quando c’è fluidità e amicizia, non più separazione ma scambio.

    E che non bisogna mai dimenticarsi di nutrirsi, di godere la vita nei suoi aspetti più umani e ordinari.